In giorni in cui si parla tanto della mancata visita del Papa alla Sapienza, e ci si interroga, quindi, sul valore della laicità, e, più generalmente, sulla libertà di espressione, mi torna alla mente ciò che successe a Genova il 30 giugno del 1960.

Nei mesi precedenti il democristiano Tambroni, incaricato dal Presidente della Repubblica Gronchi, tratta con il Movimento Sociale Italiano i voti necessari alla sua elezione al Quirinale, e il 4 aprile forma un governo, definito “monocolore d’affari”, ottenendo la fiducia alla Camera con i voti determinanti del M.S.I.
Immediatamente, come gesto di protesta, tre ministri democristiani si dimettono.
La Democrazia Cristiana, la mattina dell’11 aprile, invita Tambroni a dimettersi, attribuendo al neonato governo “un significato politico in contrasto con le sue intenzioni, le finalità e l’obbiettiva funzione politica della D.C. nella vita nazionale”.
Tambroni, quindi, si dimette, lasciando l’incarico a Fanfani, il quale, però, ravvisata la non compattezza dei parlamentari, rinuncia a portare a termine l’incarico.
Il 21 aprile, Gronchi respinge le dimissioni di Tambroni e lo invita a presentarsi al Senato per chiedere la fiducia al nuovo governo.
Questa arriva la sera del 29 aprile, con 128 voti favorevoli e 110 contrari.
La destra può quindi esultare.
E decide di farlo designando Genova, simbolo della Resistenza, insignita della medaglia d’oro, come città ove tenere il sesto convegno nazionale del partito.
Ora, la provocazione è chiara ed evidente.
L’antifascista genovese si sente pesantemente offeso nella sua dignità da un gruppo di persone che considera ancora fascisti, i quali decidono di riunirsi a Genova (l’unica città italiana che si liberò con le sue sole forze, prima dell’intervento degli alleati), in Via XX Settembre, a poche decine di metri dal Sacrario dei Caduti Partigiani.
Tale provocazione risulta ancora più pesante se si pensa che il Movimento Sociale Italiano sceglie proprio quel Basile, capo della provincia di Genova nella Rsi, responsabile di deportazioni e massacri, come Presidente del convegno.
La manifestazione del 30 giugno (promossa dal PCI ma talmente imponente che vi partecipò non solo la sinistra e i partigiani, ma gran parte dell’intera città), ebbe come motore, come spinta, quindi, un principio cardine della nostra costituzione, un principio nato, o, per meglio dire, risorto, dalle macerie della nostra nazione: l’antifascismo.
Un principio che nasce dal bisogno di libertà, quella libertà per troppi anni soppressa da un regime dittatoriale e totalitario, quale fu il fascismo.
Un principio, dunque, positivo, condivisibile, ma pur sempre un principio, non il Principio.
La nostra Costituzione sposa l’antifascismo, anzi, si può affermare che sia nata, in parte, da esso, ma assieme ad esso, pone alla sua base una serie di valori che non possono, e non devono essere surclassati al rango di “comprimari”.
Ciò che accadde a Genova in quei giorni, fu proprio questo.
In nome dell’antifascismo, si negò il fondamentale diritto di espressione ad un partito che, si dica quel che si voglia, rientrava pienamente nell’arco costituzionale; “si dice: libertà per tutti, meno che per i neofascisti, ma fino a quando la magistratura non appura che l’M.S.I. ha lo scopo di rinnovare il movimento fascista, manca ogni estremo per procedere e per reprimere”, tali furono le parole di Tambroni nella seduta alla Camera il 14 luglio.
L’art. 21 della Costituzione, quel “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione” fu, in quelle giornate, allegramente scavalcato, in virtù di un principio, l’antifascismo, che assunse maggiore importanza della libertà stessa.
È paradossale, ma l’antifascismo, che nasce proprio dalla necessità di ripristinare la libertà, arrivò esso stesso, in quelle giornate, a limitarla, a reprimerla con la forza.
Perché la manifestazione indetta dai genovesi non aveva solo uno scopo di protesta, bensì fu un vero e proprio atto di forza, tanto che, se il governo non avesse ritirato il permesso al M.S.I., e quindi si fosse svolto regolarmente il congresso, i manifestanti sarebbero stati pronti allo scontro violento con i missini.
Il vero sconfitto di quelle giornate, non fu dunque il Movimento Sociale, bensì la libertà, e questo è bene tenerlo sempre a mente, perché, purtroppo, il pericolo che certe situazioni ritornino, anche senza volerlo direttamente, è dietro l’angolo.
Come, infatti, allora, assistemmo, per le strade di Genova, allo “scontro” tra libertà ed antifascismo (anche se, detta così, sembra paradossale), così oggi, dai banchi della Sapienza, abbiamo assistito ad un’altro scontro, quello tra la libertà e la laicità.
Le due diverse situazioni sottendono lo stesso problema, ovvero il caso in cui, al valore universale, perché insito nella natura dell’uomo, della libertà, viene preferito un altro valore, pur importante, ma particolare, perché derivante dalla società politica, creatura “artificiale” dell’uomo, che sia esso l’antifascismo, ieri, o la laicità, oggi; e quando il particolare, radicalizzato ed assolutizzato, prevale sull’universale, sia ha una situazione, una società in cui a valere non sono gli interessi di tutti, ma solo di alcuni, di coloro che riescono ad imporre, con la forza, o con l’astuzia, le proprie idee.
È bene, dunque, che la società si fondi ed abbia come punti di riferimento valori e principi universali, non tanto perché condivisi da tutti, in quanto sia l’antifascismo che la laicità trovano larghissimo consenso nella popolazione, quanto perchè immutabili, appunto perché universali, che non cambiano in base al cambiamento della società e delle condizioni politiche, ma che rimangono, e sono percepiti, tali, perché espressione della natura dell’uomo.
Certo è, per onore del vero, che, se da una parte, il “movimento del 30 giugno” (come venne presto ribattezzato) ebbe la colpa di interpretare in maniera assolutistica, radicale, militante, per così dire, il sentimento antifascista, dall’altra non si può non denunciare la totale mancanza di intelligenza politica e morale che dimostrò il Movimento Sociale Italiano.

Perché era palese che una decisione di quel tipo avrebbe creato parecchi disordini, dal momento che non si poteva pretendere che Genova, ancora scossa dalla guerra civile, avrebbe accolto il convegno dei suoi nemici con comitati di benvenuti.
La volontà del M.S.I. di convocare il congresso nel capoluogo ligure, si rivelò essere, a livello politico, un enorme autogol, perché le ingenti manifestazioni, quella di Genova e quelle che seguirono in tutta Italia, fecero crollare il governo Tambroni, ma soprattutto fecero tramontare definitivamente l’idea di una destra “parlamentare”, la quale tornò, ben presto, nel ghetto dal quale era partita.
Se poi consideriamo la libertà non solo come la possibilità di fare ciò che si vuole, nel limite delle leggi, ma anche, e, soprattutto, nel rispetto dell’altra persona che, insieme a noi, concorre alla comunità in cui viviamo, allora risulta evidente dove essenzialmente ha sbagliato, a mio avviso, il M.S.I.
Perché il convegno del partito missino, presieduto da un ex gerarca della Repubblica di Salò, a soli 15 anni dalla fine della guerra civile, in una città come Genova, ricordo, medaglia d’oro alla Resistenza, avrebbe rappresentato una pesante offesa a chi, tra i partigiani, in buona fede (e quindi al di fuori di squallidi “regolamenti di conti”), per il bene della Patria, diede il proprio sangue per la liberazione della nostra città.